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A chi mi domanda quando rispondo nella tarda primavera o all’inizio dell’autunno: l’inverno pur mite da queste parti potrebbe riservare agli italiani del nord “freddi domestici” impensabili. Le abitazioni in Sicilia sono poco riscaldate da sempre e comunque il benessere dei termosifoni nordici qui è quasi sconosciuto.
A chi mi domanda dove ….non so cosa rispondere,nel senso che questo è un vero e proprio continente pieno di sfaccettature molto diverse fra loro; nessun viaggio di una settimana o due può completare l’idea vera della Sicilia. Si deve scegliere per forza e ipotizzare semmai altri viaggi in altre zone dell’isola in momenti successivi.
Posso in un momento di follia riassuntiva indicare un certo numero di luoghi anche molto distanti fra loro ma che io ritengo IRRINUNCIABILI:

– Lo stretto di Messina visto dall’alto della cresta dei Peloritani e la spiaggia di Mortelle sulla costa tirrenica a pochi chilometri dall’imboccatura dello stretto. La lunga ferita azzurra che ci rende isola si snoda davanti agli occhi: poco meno di tre chilometri bastano a fare di un luogo un continente a parte. La Sicilia scivola di fianco lungo i fianchi tondi e burrosi di una Calabria che è Sud pieno e dimenticato: una sala d’attesa infinita come il tempo necessario talvolta ad attraversare lo stretto. Mi sono sempre domandato se cè soluzione di continuità fra le due sorelle: c’è e lo senti nell’aria. Quella d’Aspromonte è antica e lontana, l’altra diluisce i pensieri nell’eventualità di un incontro finale. Messina è sparsa e bassa, porta i segni architettonici del grande scuotimento del 1908, le strade tranne quella che costeggia il mare, sono arrotalate nel poco spazio che i Peloritani concedono alla città. Il mare è ovunque, grida ovunque ti dice di lui e del suo mezzo per essere arrivato lì; non puoi fare a meno di pensare al fato che adesso sei custodito dal suo abbraccio perché sei sbarcato su un isola. Quando Sali in alto sopra la città, magari verso sera mentre tutte le luci delle due coste si accendono, comprendi in un attimo dove si è annidata la storia e la seduzione di questa terra: davanti oltre l’abisso blu delle acque sta la rocca di Scilla come un custode severo della bellezza crudele dei luoghi. Se giri lo sguardo di lato la mole immensa dell’Etna riempie tutto lo spazio, sovrana del cielo e dell’immaginazione. La Sicilia è terra radicale e la febbre inizia quasi subito…il tempo di dirigersi verso Taormina.

Uscendo da Messina la costa sembra un lungo rettilineo che si allontana a ventaglio dalla costa calabra: la meta turistica più famosa della Sicilia appare quasi subito in lontananza distesa mollememte su una serie di dossi collinari.
Taormina nei periodi estivi andrebbe senz’altro evitata! La cittadina fa parte di quel tipo di mete particolari che devono il loro fascino all’atmosfera con cui sono nate alla notorietà: la fine dell’ottocento e il primo novecento denso di stimoli culturali mitteleuropei.
Taormina è stata creata dal turismo di elite tedesco e inglese di quel periodo, da visitatori consci e stupiti dell’immenso patrimonio paesaggistico che si presentava ai loro occhi e che vi si persero dentro.
Molti di essi vennero a consumare i loro ultimi anni su questo poggio che guarda lo Ionio da un lato e il grande vulcano dall’altro. Quel luogo adesso è così solo in inverno o all’inizio della primavera quando le mandrie di turisti usa e getta non attraversano le strette vie della città col gelato in mano e la fotocamera a scatto cronico continuato. In tali condizioni i silenzi ancient time e i profumi sottili ( in alcuni casi perversi e trasgressivi) svaniscono e Taormina diventa un luogo come una altro magari con un panorama più interessante di un altro.
I bar e i locali famosi che fino agli inizi degli anni 60 fecero la storia e l’educazione sentimentale di gran parte dei catanesi e delle signore capitate per caso in corso Umberto non hanno alcun senso senza l’abbraccio malizioso dello spazio attorno a te che solo può regalarti uno sguardo, un accavallarsi di gambe o un seno intravisto nell’atto di sorbire un gelato. Solo in certe mattine rigide e luminose di inverno lasciando scorrere gli occhi e la mente dal mare azzurrissimo al candore della cima innevata dell’Etna, puoi rientrare in quella dimensione di stupore e magia che questo luogo ha conservato. Solo così puoi pensare: resto per capire e morire.
Mi rendo conto che la presenza incombente dello Ionio diventa magnetica appena si scendono i tornanti che lasciano Taormina alle spalle; io però vorrei consigliarvi di non lanciarvi subito all’assalto del litorale che scende verso Catania ma di usare un tinerario diverso che, percorrendo la valle del fiume Alcantara, attraversata la cittadina di Francavilla di Sicilia, dopo il bivio per Moio Alcantara, si arrampica ai 1195 metri di Portella Mandrazzi. Prima di arrivare al valico lungo la strada si incontrano le gole dell’Alcantara:una specie di scherzo della natura che l’acqua del fiume ha prodotto scavando nel tempo il suo percorso attraverso il basalto lavico del territorio.

E’ uno spettacolo unico il cui fascino è impossibile da descrivere, io qui posso mettere solo alcune foto ma la sensazione è quella di camminare dentro un palcoscenico preistorico.
Dalle gole in poi la strada comincia a salire prima e scendere poi fra i boschi sino a Novara di Sicilia dominata dalla rocca granitica dei Salvatesta.
Il panorama sia verso la mole dell’Etna che verso la costa tirrenica con le Eolie sullo sfondo è mozzafiato.
Il paese è ormai quasi disabitato ma è lindo con un aria profumata e molto verde attorno. Vi si mangia bene e in grandi dosi con spese che non superano i 30 euro a persona ( ammesso che riusciate a calarvi TUTTO quello che vi portano in tavola) I monti che si vedono oltre il vallone della fiumara del torrente S. Andrea sono i primi contrafforti dei Nebrodi e il mare davanti a circa 20 Km in line a d’aria è il Tirreno punteggiato dalle cime delle Eolie che si vedono praticamente tutte da Alicudi a Stromboli.
D’estate in agosto durante la festa del patrono si gareggia per le strette strade del paese facendo ruzzolare le forme tonde e dure del formaggio tipico del posto, il maiorchino: una cosa da ragazzi mai cresciuti…ogni tanticchia qualche forma si perde o si rumpi o si la futti qualcuno. Ritornando poi nel tardo pomeriggio verso Francavilla la visione dell’Etna fin dal basso è spettacolare: quel vulcano va assaporato prima di scalarlo, bisogna conoscerne e sentirne l’enorme potenza con cui domina più di mezza Sicilia come una sentinella divina a controllare il nostro umano formicolare quaggiù.
Con temperature medie oscillanti ta i 29 e i 35 gradi evitare di parlare del mare in Sicilia sembra un affronto: vorrei nonostante tutto provarci e ancora una volta vi invito a lascirvi alle spalle lo scintillio azzurro dell Ionio e affrontare un altro itinerario, una strada che sale in alto verso un’isola segreta e poco oleografica.
Costeggiata L’Etna sul fianco sud dopo il valico di passo Zingaro (circa 700mt)si arriva a Bronte, il paese del pistacchio migliore d’Europa e il luogo della prima ferita risorgimentale, i famosi Fatti di Bronte
con Nino Bixio deciso a chiarire cosa e come la nuova Italia aveva deciso di investire sul meridione. Vi invito a informarvi e poi a venire da queste parti per guardare in faccia realtà meno comode…

Da Bronte si scende lungo la valle sottostante, quella percorsa dal Simeto che cerca il mare lontano nella piana. Siete a circa 750 metri di altezza ma la strada salirà ancora e a lungo: i Nebrodi scorrono sulla vostra destra e per visitarli dovete raggiungere Cesarò (1150mt); la statale 189 da lì in poi si snoda fra boschi e panorami incantevoli fino al valico di Portella Femmina morta (1589mt) e continua poi verso la costa del Tirreno e S. Fratello.
La zona circostante la portella per decine di chilometri quadrati è il territorio ideale per trekking in quota e sci alpinismo ( avete letto bene), osservazione di fauna (sono tornati i grifoni) e flora.
E’ la Sicilia della montagna

delle grandi faggete e dei silenzi rotti solo dal grido della poiana o dell’aquila che nidifica sulle rocche del Crasto sopra il paese di Alcara li Fusi; è la Sicilia della fatica, dei grandi freddi. Dei porcini e della sasizza, della ricotta e di un tempo diverso che occhieggia il mare lontano come un amante offesa…basta ridiscendere in 40 minuti verso S. Agata di Militello e il Tirreno vi farà dimenticare in fretta il piccolo occhio cinestrino del Biviere di Cesarò a 1350 mt slm perduto in mezzo ai boschi di Scavioli e Mangalaviti.

Ma il biviere esiste e vi attende dopo cica 2 ore di trekking medio partendo da Femmina morta, se ne avete la curiosità e le gambe, potete ammirare l’unico lago montano naturale della Sicilia. Se poi per caso siete dotati di muscoli carta e bussola altre tre ore e sarete a Floresta , 1250 mt, il comune più alto dell’isola. Il problema semmai è tornare alla Portella ( a meno che un amico con la macchina non venga a prendervi alla fine della traversata.
Il fuoristrada? Si può fare ma ci vuole il mezzo giusto e il pilota giusto, dentro il bosco di Mangalaviti un guasto o qualsiasi minchiata che non vi permetta di proseguire significa lasciare il fuoristrada come un totem in mezzo alla natura e tornare dopo (forse) con un trattore e un meccanico. Comunque scordatevi il tardo autunno o l’inverno, in quel caso serve la slitta da neve con i cani-
Nel paesaggio siciliano c’è una presenza ineludibile, uno di quei luoghi che hanno quasi una pregnanza fisica “individuale”, un luogo che ti obbliga a confrontarti con esso quasi fosse un interlocutore umano: l’Etna.

Il grande vulcano in toto è un mondo a sè, amplissimo e stupefacente, pieno di colori e paesaggi da “aereo in quota”. Boschi di castagno, lave nere e cittadine piene di scorci e opere d’arte, vini e cucina d’autore, vento silenzi e neve da fine ottobre ad aprile inoltrato. Per me il grande vulcano è la porta di accesso a Dio. Non si può parlare dell’Etna en passant, io ho scritto un lungo post che la vede protagonista e vi rimando a quello.
-Le tre grandi città dell’isola sono lo specchio diverso e mutevole dei suoi abitanti: ognuna di esse merita almeno una settimana di permanenza. Palermo la capitale forse due.

Catania veloce e vivace, accoccolata nell’abbraccio del vulcano e aperta sull’azzuro dello Jonio, Catania che ogni giorno mette in scena se stessa e il suo sarcasmo, la sua battuta pronta e ficcante. Catania di notte e di giorno, ah Catania con le sue donne accese e i suoi uomini coi baffi. Con la sua cucina di pesce ( per me la migliore di tutte) e le sue granite divine.
-Palermo, grande terribile magnifica, piena di monumenti che coprono un millennio di civiltà. Parlarne significa essere poco obiettivo ma la città ha una caratura unica in Europa e un fascino che bisogna provare per capire. Palermo aperta sul mare col monte Pellegrino a custodirla sornione, poltrona privilegiata per comprendere tutto il bene e il male di questo paese.
-Siracusa, sensuale e marina con un senso di mare e viaggi che si respira ovunque nelle sue strade. Siracusa di sole e di cieli chiari, respiro di civiltà antiche e luminose; amo Siracusa come ho amato una donna e l’amore è per sempre. Ortigia al tramonto è un’esperienza che, fuori dalla Grecia, non puoi fare in nessun altro posto.

A sud di Siracusa si snoda un altro itinerario che scende verso il mare dell’oasi faunistica diVendicari e il mare caraibico dell’ultima fetta di Sicilia prima dell’Africa.

– Porto Palo e Capo isola delle correnti, il punto più a sud d’Italia, abbondantemente al di sotto della latitudine di Tunisi. Le spiagge sono magnifiche e ventose, il sole impietoso, il tempo infinito
– Noto, un’invenzione architettonica di pietra e sole, di scenari aperti sul mare azzurro in lontananza. Noto di cui ho già scritto e che resta un passaggio obbligato ( anche per la gastronomia dolciaria) di questa parte di Sicilia.

Una volta arrivati sulla punta estrema ci sono solo 2 soluzioni: attraversare il canale di Sicilia e puntare su Malta e l’Africa settentrionale oppure girare a destra e seguire la lunghissima costa bassa e sabbiosa che arriva fino ai confini della provincia di Trapani. E’ il tipo di mare che amo di meno ma per gli amanti della sabbia e del sole è un vero paradiso; lungo la costa meridionale vi indico solo tre luoghi
– Donnalucata, sul litorale sotto Modica, con la sua spiaggia lunghissima e amplissima. Punta secca, la location della casa sul mare di Montalbano. Balata dei turchi, il posto più bello, sperduto lungo la costa infinita dell’agrigentino nel territorio del comune di Realmonte; una cresta di roccia gessosa candida come la neve sull’azzurro del mare, la foto non dice che la metà del fascino del luogo.

Ma in questa parte dell’isola i posti imprescindibili stanno tutti nell’entroterra: una Sicilia segreta e sognante da vivere con gli occhi del cuore e quelli della mente.
– Ragusa Ibla, la città di pietra e di silenzio su una rupe a dominare le vallate circostanti.- Modica, disposta ad anfiteatro su una collina e la valle sottostante, per cui vi sono due città, una bassa ed una alta. E’ la patria di Quasimodo e possiede un’intrinseca eleganza per gli occhi e per il cuore.
– Scicli: un’invenzione fantastica, un presepe barocco che di sera si accende di mille luci tenui di tutti i colori. E’ impossibile descriverne l’atmosfera, il senso del fantastico e delle linee curve: Scicli come le altre due città è diventato patrimonio dell’umanità per meriti speciali.

Tutta la costa meridionale della Sicilia assomiglia molto a quella dell’Africa che le sta di fronte: è la zona più povera e lontana di tutte, quella dove la speculazione, l’ignoranza e la miseria hanno colpito più duramente. Bisogna guardare oltre, verso il mare per avere un po’ di refrigerio mentale e sperare in un futuro migliore. Chissà cosa ne pensava Pirandello guardando lo stesso panorama dalla villa del Caos dove era nato: la sua urna sta lì, cementata nel muro della casa sotto un cielo impietoso di azzurro e offuscato dalla caligine estiva.
Dovrei a questo punto parlare della Valle dei Templi e mi viene male, dietro la valle di quella che fu la “più bella città dei mortali” c’è purtroppo una delle città più brutte del meridione. Lo sfondo dei casermoni di Agrigento sulla prospettiva del tempio della Concordia è difficilmente digeribile: peccato, nella valle a fine febbraio fioriscono i mandorli e, assieme ad essi, le speranze di un’umanità migliore.
Oltrepassata Sciacca si entra in provincia di Trapani, la terra dei miei avi e della mia infanzia trascorsa a sognare l’infinito. Vi indico i seguenti luoghi

– Selinunte, l’area archeologica più vasta d’europa, l’antica città greca con l’acropoli a segnare il confine fra cielo e mare e i tre templi dorici a dormire fra gli ulivi e i filari di viti. La situazione è un po’ mutata dagli anni in cui io correvo libero fra i templi, adesso c’è il parco archeologico… non è più la stessa cosa ma il luogo da solo meriterebbe un viaggio in Sicilia. Vi sono da queste parti molte cose e molti ricordi particolari per me: di alcuni ho già scritto negli anni precedenti, altri non sono mai usciti dal segreto del mio cuore.

– Mozia, le isole dello stagnone e le saline di Trapani. Il paesaggio è sorprendente e aperto, pieno di sole e azzurro, le isole Egadi all’orizzonte disegnano un immaginario d’avventura e libertà infinita.

– Erice, sul monte a 751 mt che guarda quello che molti definiscono il più bel panorama di Sicilia. Un paese medievale e silenzioso, con le strade lastricate in pietra, una bellissima chiesa madre del trecento e la falce bianca di Trapani in basso a separare il mare come una forbice.

– S. Vito Lo Capo, sull’estrema punta del promontorio con lo stesso nome: il paese del couscous e di una delle spiaggie più belle del sud.

– La Riserva naturale dello Zingaro . Un paradiso per chi vuole camminare e fare il bagno in Italia pensando di essere ai caraibi. Assieme al mare a sud di Siracusa il pezzo di costa più splendido della Sicilia ( piccole isole escluse).

Da Castellamare del golfo in poi si va verso Palermo; oltrepassata la capitale menziono un solo luogo lungo la costa ( scegliere è sempre un dramma), un posto molto noto e ancora molto bello nella giusta stagione, Cefalù. E’ una cittadina che possiede un gioello dell’architettura normanna ( il duomo) e alcune pregevoli testimonianza del periodo arabo: la spiaggia è molto bella e affollata ma non regge il confronto con quelle menzionate prima. Si tratta in ogni caso di luoghi che messi a confronto col litorale adriatico o laziale fanno una figura strepitosa ma per chi come me è abituato male….

Vedete dovevo scegliere e non ne sono stato capace: troppi spunti e troppa cultura. Un viaggio in Sicilia è un’esperienza che attiene alla cultura dell’uomo oltre che alla natura. Se si prescinde da questo, se non ci si lascia penetrare da questo si perde moltissimo di un viaggio dalle mie parti. Ci vuole tempo e apertura mentale, tempo e cultura per viaggiare nell’isola: meglio preparsi.

In questa breve descrizione ho lasciato fuori un gran numero di luoghi bellissimi, tutti degni di rappresentare l’anima e il cuore della Sicilia non meno di quelli più famosi e sfruttati. Non ho menzionato i Monti Sicani tra le province di Palermo, Agrigento e Caltanissetta, con i loro paesini sperduti dai nomi greci e albanesi, le Madonie di neve e boschi, rocce chiare e panorami su più di mezza Sicilia, Piazza Armerina con la villa romana del Casale, i Monti Iblei con la schiena incisa dalle gole dell’Anapo e del Cassibile, Tindari con i suoi laghetti di acqua salmastara sotto la rupe del santuario e poi tutte le piccole meravigliose isole minori: le Egadi chiare e luminose. le Eolie scure e profonde, le Pelagie di un altro pianeta, frontiera scomoda e lontana, Pantelleria, figlia del vento e sentinella nel mezzo del canale di Sicilia…
Scrivere questo post mi ha fatto venir voglia di scrivere ancora e in maniera più approfondita di ciò che conosco meglio al mondo, la mia terra. Non è detto che non lo faccia, non è detto che dentro le pieghe delle mie radici non trovi il senso per continuare a vivere e a credere in modo più vero.
Ho scritto su richiesta di una blogger che usa la macchina fotografica forse ancor meglio della penna: a lei e a tutti voi dico che comunque e dovunque il quid in più al di là dello stretto è la luce.
La luce personaggio in più presente su ogni pietra, su ogni zolla e su ogni goccia di mare: una presenza dominante e indiscutibile della Sicilia.

18 e 44

Almeno due volte a settimana decido di chiudere. Non perchè non abbia argomenti ma perchè ne ho troppi. Avessi tempo leggerei almeno duecento blog al giorno e poi non avrei il tempo di commentare. La sensazione del tempo che scorre mi dà ogni giorno più fastidio così per rabbia periodicamente mando tutto “definitivamente” a quel paese. Oggi ho chiuso il blog alle 14 e 30. Chiuso, finito!
Dovevo rileggermi la Storia dell’Italia moderna del Candeloro, almeno i volumi riguardanti l’epoca risorgimentale… perchè io quando lo schifo odierno supera il livello di guardia vado sempre a cercare la falla da dove è entrato.
C
osì all’inizio del pomeriggio verso le 15 ho passato in rivista i dorsi posati in libreria e, golosamente, ho iniziato a sfogliare il III e poi il IV volume… ma c’era anche lì vicino “Il Risorgimento” di Gramsci. Di quanto tempo avrò bisogno mi chiedevo mentre Ferdinando II, Cavour, D’azeglio, Re Vittorio e via via Mameli, Garibaldi, Mazzini, Cattaneo sciamavano fuori.CHIUDO IL BLOG, chiudo gli occhi su questa italia di Napolitano e Berlusconi, di Alfano e Bersani…di Grillo.Che cosa scrivo a fare belle gioie, cosa mi passa per la testa. Chiudere stop, e aprire i libri che poi non avrò più tempo.
Alle 15 e 52 ho acceso il computer e sono andato su questo blog: c’erano alcuni commenti, alcune domande, qualche sorriso, ma quando lo rileggo il Candeloro? Domenica me ne vado a mare a Punta secca (quella di Montalbano ) ma c’è già un caldo assassino, la mia donna tenterà il bagno io rischierò l’insolazione e il Risorgimento resterà oltre lo stretto o all’ombra del salotto buono di casa.
Portare le anziane pagine al sole del canale di Sicilia non mi sembra il caso: passa il carretto della frutta, c’è la granita al bar e gli eucalipti mossi dal primo leggero scirocco mi faranno pensare di riavere tredici anni e i pantaloni corti e il cuore allegro come un cardiddu.
Mi immaginerò di essere come Martino il mio bisnonno che corse dietro ai Mille sgambettando per le vie di Castelvetrano e gridando Viva Viva Garubardo… ma devo chiudere gli occhi su questa Italia, su questa Sicilia non posso perchè mi incuriosisce troppo.
Ciao vah, non chiudo.

Notte di S. Lorenzo

Spiaggia di fontane bianche, Siracusa agosto 1982

Stasera torno a casa, ai luoghi in cui muovermi è automatico e il trascorrere è rimasto un fruscio.
Stanotte sulla spiaggia che mi vide bambino attenderò che altri sogni scendano quaggiù a riempirmi il cuore.
Le stelle scivoleranno giù lasciando nel cielo le scie del loro splendore mescolato alla magia che i desideri portano sempre con se. Vorrei fosse diversamente ma sarò solo: porto le stimmate di una condizione esclusiva non più rimediabile ormai.
Ho già pronta la scatola con la mia lucciola personale, l’aprirò per far da richiamo alle sue sorelle del cielo, che non si scordino di me quaggiù; le attendo da un’estate all’altra, da una stagione all’altra, fingendo sempre che una carezza possa mitigare la disillusione di una vita.
Sorriderò questa notte quando arriverà la liberazione della tua voce e sarà di nuovo agosto con le cicale ad esaurire la notte e l’andirivieni delle onde a immortalare il tempo.

Ricciole

Non so dove comincia il mare e dove iniziano le donne e l’amore, non so nemmeno se esistono confini così netti. Uno dei ricordi più forti di quella stagione della mia vita era il senso di unitarietà. Una meraviglia! La vita, il sesso, il mare, certe sere a parlar di niente sotto le stelle…le stelle, un oceano di stelle come le puoi vedere solo in luoghi poco abitati e con pochissima luce artificiale. RICCIOLE è questo, io ero lì dentro, non chiudo mai la porta all’universo spero sempre di potervi rientrare ogni volta che scappo da questa dimensione di vita. Per lungo tempo mi sono posto lo stesso dilemma perchè sentivo che dentro di me scorreva acqua salata; chi ha praticato sport subacquei lo sa bene, conosce quel senso di magia azzurra che non è altro che il richiamo della vita antecedente. Linosa, quella Linosa sono stati per me un regalo grande, scriverne è un voler in qualche modo diffondere il regalo. Il branco di ricciole che dopo un giro spariscono nel blu profondo l’ho fisso dentro gli occhi.. e sono passati decenni!

Linosa, è una delle isole Pelagie (5,43 km2, circa 420 ab.) 20 miglia a NE di Lampedusa. Quasi equidistante dalla costa siciliana e da quella africana (79 miglia ca.)

Agosto 1986- Bene, sto bene ma non lo trovo. Ho tirato fuori dal borsone tutto il suo contenuto ma non c’è: e questo è veramente incredibile perché stamattina alle 10 c’era…pronto all’uso. Angela, deve essere stata lei a prenderlo per dispetto, si sarà rotta definitivamente le scatole delle mie “pescate” quotidiane, mattina e pomeriggio, la sera no, ci mancherebbe che abbia un ruolo inferiore a quello di una cernia.
– Eh? Che ne dici? Sai cos’è? Uno scorfano di quasi 800 grammi, guarda che meraviglia. L’ho beccato in un anfratto di roccia a meno di 5 metri, era perfettamente mimetizzato ma non mi ha fregato, sono…
– Devo cucinarlo? – lo guarda con indifferenza – oppure lo fai essiccare e lo esponi in bacheca?
Mi fa incazzare da morire e lo sa, un po’ però ha ragione: la porto in un posto dove la temperatura media è 37 gradi e la profondità media entro i 50 metri da riva è 10 metri, lei nuota maluccio e non distingue un sarago da una spigola
– Angelina, dai, in fondo t’ho lasciata sola meno di 2 ore; eri lì bella tranquilla a prendere il sole…secondo me non te ne sei manco accorta che mi ero buttato un po’ in acqua.
– Enzo smettila! Ma che cosa hai nella testa? Mi pianti su uno scoglio a carbonizzarmi per ore e poi pensi che io stia qui in adorazione davanti a questi poveri pesci morti, intenta ad ascoltare la storia della loro ex vita! Sei uno stronzo e del tuo scorfano non mi frega niente!
E’ bellissima.
Il seno le si muove per il respiro acceso, mi avvicino e lei mi pianta in faccia gli occhi neri e pieni di brace.
Che devo dirvi, il profumo della crema solare mista a quella della pelle ha ucciso qualsiasi intenzione di dialogo e ha dato il via ad altre intenzioni; me la porto vicino, sono un pezzo d’acciaio. Lo scorfano è caduto a terra.
Anche adesso che ci sto pensando mi sento eccitato: guardo l’ora, le 17, bene, il mare ha una specie di fremito leggero e l’odore della salsedine mi fa sentire vivo. Bene, sto bene ma il mio arbalete da 1 metro e 80 a fiocina singola con elastici in caucciù da 150 mm è sparito. Al suo posto mi è rimasto un ridicolo ministenad aria compressa da tana (quello dello scorfano, per intenderci).
Va bene, poi ne parliamo, adesso calma e piano d’immersione: ho si e no 1 ora e mezzo di tempo perché stasera passeggiata al chiaro di luna e…replica dell’intermezzo delle ore 13, un fuciletto da Pierino e il lupo e i fondali più stupidi di Linosa davanti. Però 40 metri a sinistra dopo la punta c’è un gruppo di grossi massi poggiati sul fondo a circa 15 metri: l’altro ieri mentre sguazzavo con Angela ho dato un’occhiata con la maschera dalla superficie e qualche ombra scura l’ho vista muoversi. Cerniotti di 1 o 2 chili probabilmente o, forse, ombrine; ma qui è un paradiso, una specie d’acquario con libera entrata, mal che vada prima di uscire sparo al primo polipo che vedo.
L’acqua mi abbraccia allegra come sempre ed io galleggio a malapena perché mi sono zavorrato negativo per scendere più in fretta.
Mi guardo attorno: la linea dell’orizzonte davanti e l’orlo nero della costa dietro. Respiro a fondo è tutto a posto: mare fammi entrare e concedimi i tuoi favori…testa sott’acqua. Pinneggio piano verso la punta mentre scandisco il tempo col mio respiro attraverso il boccaglio. Un piccolo branco di salpe fugge spaventato al mio passaggio, cambiano colore a seconda della luce che colpisce il loro corpo, prima argentee poi diventano evidenti le righe verdi longitudinali…ma sono gà lontane.
Provo a scendere qualche metro ed è tutto un fuggi fuggi generale di pesciolini colorati, solo i tordi s’infrattano fra le alghe sperando di non esser visti ma i tordi sono i pesci più stupidi del mondo e hanno una carne scipita e molliccia. Ecco i grossi massi, l’acqua è di cristallo, come se non ci fosse niente fra me e questo mondo incantato: sto bene, in acqua sono sempre stato bene fin da bambino, all’acqua ho raccontato i miei segreti e lei mi ha risposto con trasporto e suadente magia. Un’amante perfetta. Pinneggio piano, non voglio far rumore: non si vede niente, niente di interessante…ma non significa che ci sia il vuoto. A Linosa, figuriamoci. Respiro profondamente, varie volte, mi rimpinzo i polmoni d’aria. Non penso a nulla.
Capriola e comincio a scendere. 4 metri, compenso. Non si vede niente, fondali vuoti.
7 metri, ora i 2 massi sono bene in vista. Compenso
12 metri, compenso.
Sono più profondi di quanto immaginassi e abitati però. Ben abitati, uno due, tre cerniotti passeggiano placidi accanto alla base del primo masso. Non devo perdere tempo e concentrazione, un paio di spinte e sono a meno 15, la temperatura adesso comincia a farsi sentire nonostante la muta. C’è un cerniotto separato dagli altri, piccolo, non più di 3 chili e completamente scemo perché adesso si è messo a candela e mi guarda curioso mentre filo veloce verso di lui. Fanno così se non hanno mai visto un uomo in acqua, credo che fra un paio di secondi non vedrà mai più niente.
18 metri, tolgo la sicura e muovo lentamente il braccio, non posso sbagliare, non a questa profondità.
Vengono fuori dal nulla, dal blu profondo, inaspettate come il senso dell’universo dentro la luna una sera d’estate.
Non le ho sentite: un branco di enormi ricciole, pelagici d’alto mare, un centinaio di siluri d’argento con una riga gialla sulla parte alta del dorso. Sono bellezza e forza allo stato puro, un punto esclamativo ficcato dentro il mio cervello. Io sono lì, una virgola sospesa a mezz’acqua con una stupida appendice in mano, vergognoso come un ladro. Mi girano attorno coi grandi occhi lucenti ma non mi guardano; sento l’acqua che spostano, sono esemplari che superano i 30 chili. Un giro, due giri, un colpo di coda sincrono e…non ci sono più.
E’ il diaframma che batte in alto a riportarmi a me stesso: da quanto sono sotto? Meglio non chiederselo è tempo perso e io non posso perderne più: sgancio i pesi dalla cintura e volo verso la superficie come un razzo, in apnea si può e arrivo all’aria in un orgasmo di ossigeno.
Mi calmo lentamente e già è quasi sera: Angelina ha ragione non mi accorgo del tempo quando sono laggiù.
Stasera le dirò che l’amo e ci sarà una luna che poi scomparirà per lasciare spazio a un oceano di stelle;
il profumo del timo e del ginepro si fonderà con la sua pelle di donna e sarà bella e misteriosa come il mare scuro che ci circonda ovunque.
Non faremo all’amore perché sarò troppo emozionato
ma lei se ne accorgerà da un piccolo tremore mentre la bacio;
mi spingerà il viso verso l’alto e mi chiederà…
e io glielo dirò che ho incontrato il mare e finalmente lei tutta presa mi dirà: racconta.

Plemmirio

Ho bisogno di lasciarmi andare al sogno, di crederci e vivere delle sue immagini sensuali e vere: con esse si può volare, leggeri e bellissimi e si può planare come uccelli marini nella terra dei papiri che avvampano al sole del tramonto.
I due fiumi sono come i bracci di un diapason, lontani per miglia e miglia, vicinissimi alla fine: L’Anapo e il Ciane sfociano a pochi metri l’uno dall’altro, corrono incontro alla loro fine nel mare di Siracusa come due amanti uniti dallo stesso destino.
Le acque verdi della sorgente del Ciane sono appena increspate da una leggera brezza che culla le canne recando trilli malinconici e sottili. E’ facile rievocare la storia antica e terribile di Proserpina strappata da un’orda di demoni alle sue compagne di giochi. Il mito alza il tenore di un fatto geografico, stravolge e lancia nello spazio dell’immaginazione la mediocre normalità del quotidiano. Il mito racconta della ninfa Ciane che pianse per giorni e giorni l’amica perduta finchè gli dei compassionevoli non la mutarono in una splendida fonte, verdeazzurra come il suo nome…
Mi accendo una sigaretta, tiro una boccata ed espiro lentamente: il fumo è come il mio pensiero, mi esce dalla testa chiaro e limpido che pare che neanche mi appartenga e vola via lento come un uccello. Mio nonno mille anni fa mi raccontava che nella vita, se uno vuole essere uomo, si deve fare uccello: mangiare poco, non stare fermo mai, passare il mare, vedere posti ma senza farsi incastrare mai e senza farsi accecare mai, da una femmina, da un padrone, da una casa.
Nonno non ti ho dato ascolto, non pienamente ma una parte di me è rimasta uccello e stasera si è posata qui alle fonti del Ciane, un passo prima del mare. Devo confessarlo, non sono diventato un caminante, uno di quei fortunati che sono veri cittadini del mondo, non portano pesi e possono volare liberi ovunque; ma questo luogo col suo leggero ronzio di acqua che scorre è senza dubbio il posto del canto e del volo, dove l’acqua entra nella terra e si fa casa per gli uccelli, dove il mare e il cielo sono una cosa sola. Sognare qui costa pochissimo, lo Jonio a due passi mi raccoglierà …e poi annegare o volare non importerà molto, i palazzi della marina di Siracusa dall’altra parte del Plemmirio cominciano a diventare d’oro e d’argento mentre il sole scende nel mare.

Elvira Sellerio

Penso ad un altro Sud e ad altra gente: mi riappacifico con me stesso quando rifletto sulle vicende italiane facendole scorrere nel vocabolario insulare. Non c’è solo mafia, sporcizia e sfasciume vario, non più di quanto se ne possa trovare in altre zone del paese…dalle mie parti per esempio c’era anche la signora Sellerio che ieri 4 agosto è partita per il lungo viaggio. Era una donna forte e raffinata, una siciliana di razza, capace di commistioni profonde tra letteratura e vita civile: un esempio perfetto di management e arte (chi ha orecchi per intendere intenda).
Aveva 74 anni e possedeva il dono raro di tenere aperte le finestre della mente sulle voci del mondo, le più vicine come le più remote. Per tutti nella mia città era “la signora dei libretti blu”.
Sellerio editore: una scommessa e un’avventura iniziata nel 1969 che ha portato ad allestire un catalogo ricco di suggestioni, di scoperte e riscoperte, di grandi testi e di autori “minori” solo di nome. Elvira Sellerio ha vissuto fino agli ultimi giorni in redazione, in via Siracusa, una traversa a destra scendendo per viale della Libertà verso il Politeama, spero che l’animus del suo sentire aleggi ancora per lungo tempo fra coloro che l’hanno aiutata in questa incredibile storia.
La Sellerio possiede un catalogo di cui qualsiasi italiano dovrebbe essere orgoglioso, un catalogo che è un’opera a sè, fortemente coeso e, assieme, di geniale stravaganza, capace di legare la qualità al mercato senza scadere nelle mode epocali: praticamente alto artigianato culturale a conduzione quasi familiare.
Sellerio non è solo Sciascia, Bufalino, Camilleri ( e già sarebbe tantissimo), è la capacità di costruire e imporre una casa editrice di respiro europeo nel cuore profondo di un’apparente periferia culturale, la Sicilia.
Ma questa è una vecchia storia che alla signora dei libretti blu dovette sempre sembrare abbastanza ridicola e parziale, un po’ come la definizione di Vitaliano Brancati: ” L’europa. che comincia a nord con fiumi gelati e popoli dal pensiero lucido e senza vertigini, dopo il gran salto delle Alpi, si ingolfa, da questa parte, nel Mediterraneo e finisce lentamente con la Sicilia. l’Europa che finisce. Ecco la Sicilia.” Domani entrerò in una libreria di Palermo e comprare un libro sarà come portare un fiore a casa della civiltà dell’Italia di un altro pianeta.